Lo scorso 29 marzo Mosca è stata protagonista di un tragico evento, due attentati kamikaze in due centralissime fermate della metropolitana hanno causando 39 morti e 71 feriti.

Il terribile attentato ha fatto irruzione nelle nostre case, con le sue scene cruente e dolorose, ricordando a molti le terribili immagini dell’attentato nel teatro Dubrovka di Mosca, nel 2004, nel quale un gruppo di terroristi ceceni prese d’assedio il teatro in questione. La risposta del governo di Putin non si fece attendere. Dopo due giorni d’assedio, un gas tossico venne pompato dalle forze speciali russe nel del sistema di ventilazione, provocando la morte di chi era all’interno del teatro. L’ evento dello scorso 29 marzo è stato subito ricollegato agli stessi responsabili dell’attentato del 2004: il fondamentalismo islamico wahabbita di matrice caucasica.

Così la storia viene spesso offerta su un vassoio d’argento, semplice, già vista e più facilmente digeribile. Il quadro generale della regione caucasica però è molto più complesso e pertanto meritevole di ulteriori approfondimenti. La regione montuosa del Caucaso del nord, racchiusa tra mar Nero e mar Caspio, è abitata da etnie diverse, alcune delle quali storicamente rivali tra loro. La storia di queste popolazioni è stata caratterizzata a partire dal 1800 dalla dominazione russa. Degli stati che compongono il Caucaso settentrionale (da ovest Abkhazia, KarachaevoCherkessia, KabardinoBalkaria, Ossetia, Inguscezia, Cecenia, Daghestan) ci soffermeremo per un attimo sulle repubbliche di Ingushezia e Cecenia, due stati la cui situazione appare rappresentativamente controversa.

La storia delle popolazioni che abitano queste due regioni è stata sempre interconnessa. Vittime di due importanti deportazioni verso le aride terre dell’Asia centrale e della Siberia, la prima sotto lo zar Alessandro, la seconda nel 1944 con Stalin, accusati di aver collaborato con i nazisti. Furono riammessi in patria solo nel 1957 e per vie diverse entrambe le nazioni si trovarono a scontrarsi con lo Stato russo. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Cecenia si sviluppò un forte movimento indipendentista e secessionista che incontrò chiaramente l’ostilità della Russia sfociando nelle due guerre che nel 1991-1996 e 1999-2006 imperversarono sul suolo ceceno.

In Inguscezia il conflitto armato fu più breve, ma non meno sanguinoso. Al ritorno dalla deportazione gli ingusci trovarono il loro territorio occupato dagli osseti del nord, una popolazione confinante, tradizionalmente cristiana, nemica degli ingusci e sostenuta dal governo russo.

Il conflitto armato che scoppiò nel 1992 e che durò sette giorni provocando 600 vittime, non fu che l’ufficializzazione di una costante e viva guerra civile che si era sino ad allora manifestata in attentati da parte di ribelli ingusci contro i soprusi, le violenze, gli omicidi e i rapimenti esercitati dagli osseti. In quell’occasione intervennero i corpi militari locali accompagnate dalle forze speciali russe, quelle della FSB, nonché ex KGB, già presenti nel conflitto ceceno.

Quando queste due guerre sono finite, i riflettori dell’informazione si sono spenti su questo angolo del mondo. In realtà questa polveriera, geograficamente asiatica, storicamente di influenza europea accoglie nel sue grembo numerose vittime civili ogni giorno.

Negli ultimi anni c’è stata un’ espansione del fondamentalismo islamico nell’area: esponenti wahabbiti che prima si trovavano prevalentemente in Cecenia, hanno fatto ingresso anche e non solo in territorio inguscio e daghestano, fomentando le già frequenti ribellioni e l’odio etnico. I fondamentalisti riescono senza problemi a trovare adepti da addestrare sulle montagne, soprattutto nelle famiglie e tra gli amici delle vittime degli “squadroni della morte”russi. Nel 2007 hanno formalmente ufficializzato la loro presenza in Caucaso autoproclamando l’Emirato del Caucaso, uno stato piuttosto virtuale, avente l’obiettivo di imporre la shari’a in Caucaso (legge islamica), combattere gli infedeli (sono frequenti gli attacchi kamikaze a negozi che vendono alcol, o sigarette, come avviene a Nazran dove ne è diventato difficile l’acquisto) e soprattutto far confluire la maggior quantità possibile di aiuti militari e finanziari da parte del mondo islamico geograficamente dislocato tra le nazioni, in quest’area strategica per le sue riserve di gas e petrolio.

L’avvento del fondamentalismo e il miscuglio tra rivolte di vario genere, movimento indipendentista e jihad non hanno fatto altro che contribuire al prestigio internazionale della Russia che nasconde le sue operazioni militari sotto il pesante velo della lotta al terrorismo e non bastano le denunce di numerose ONG ad arrestarla.

Infatti le operazioni delle forze speciali non coinvolgono solo ribelli, ma anche semplici oppositori del governo centrale, basti pensare ai numerosissimi giornalisti che vengono rapiti o trovano la morte ( doveroso ricordare Anna Politkovskaja assassinata nel 2006, giornalista di Novaja Gazeta contro la violazione dei diritti umani nel Caucaso settentrionale, o Natalya Estemirova, attivista per i diritti umani e membro di Memorial, uccisa il 15 luglio 2009; gli uccisori sono ancora ignoti).

La politica della Russia è molto aggressiva ed è volta sempre maggiormente alla “eliminazione”, per dirla con le parole di Medvedev dei ribelli. Questi squadroni della morte armati e con volto coperto entrano nelle case di coloro che ufficialmente dichiarano sospettabili perchè visti frequentare ribelli, ma molto più spesso semplicemente perchè giovani e acculturati, e depredano, rapiscono o uccidono davanti agli occhi dei famigliari il “colpevole”. Chi viene rapito non fa più ritorno. Non sono mancate uccisioni di bambini o anziani.

Le operazioni russe “antiterrorismo” assumono sempre più la parvenza di incursioni neonaziste. Parole d’ordine: odio, umiliazione, mortificazione e dolore, il dolore di un popolo che è stanco di piangere. L’odio si accresce reciprocamente. I fondamentalisti agiscono in maniera palesemente coordinata, sfruttando i mezzi di comunicazione a loro disposizione. Un video che pubblicato sul loro sito ufficiale kavkazcenter.com dai massimi esponenti (Dokka Umarov, fra tutti) diceva di voler portare la guerra (quella dei russi) “nelle loro case, in nome di Allah”.

In realtà non è stato accertato che gli attentati a Mosca del 29 marzo scorso siano di responsabilità comprovata del terrorismo caucasico ( e di quelle che chiamano “vedove nere”, le donne kamikaze, appunto). L’opposizione condotta da Kasparov, ardente nemico russo di Putin, non esclude che l’attentato sia stato organizzato proprio dalla classe dirigente russa per gettare fango sul Caucaso, come già era avvenuto nel 1999. Obiettivo? Accrescere il già ingente odio dei russi verso i ceceni, aumentare il consenso nei confronti delle drastiche strategie militari e politiche di Putin e Medvedev.

Certo è che questo tragico avvenimento presentato dall’universo dell’informazione in Italia e anche in alcuni altri paesi europei come un’allarmante pericolo è storia assodata passata e presente per queste popolazioni afflitte dai contrasti, con un grande bisogno di rinascita e riscoperta delle proprie tradizioni popolari, delle proprie radici, della propria perduta felicità. La governance russa ha una grande responsabilità verso le generazioni future cresciute nella guerra e nell’odio. Solo un cambiamento di rotta potrebbe far sbocciare un germoglio di pace, oggi ancora utopia.