Riflessioni sul genere tra storia e “metanarratività”

di Giorgia Arena

Negli U.S.A., sullo sfondo degli anni ’40 del secolo scorso, nasce il giallo. Fu tuttavia Edgar Allan Poe, poeta e scrittore“ maledetto” dall’immaginazione fervida ma a tratti morbosa, ad inventare inconsapevolmente con una sua trilogia di racconti la struttura qualificante del racconto poliziesco: 1°) delitto o crimine, 2°) detention o indagine sul crimine, 3°) soluzione del caso delittuoso, punizione del colpevole e ripristino dell’ordine etico turbato dall’evento delittuoso.
Non è questa la sede più idonea per ripercorrere la storia del genere dalle origini fino ad oggi, ma per interrogarci sulla sua attualità e potenzialità, in una epoca come la nostra in cui l’incertezza, la paura di rapportarsi all’ Alterità, con le diversità che volenti o nolenti questa categoria ingloba, risuonano in backgroung.
Lo spirito dei tempi si riflette da sempre nello specchio della letteratura. Già Gadda nel 1957 costruiva il Pasticciaccio come un giallo incompiuto e irrisolto: oggi un detective che con il suo sforzo analitico risolva il caso è improponibile perché il vero volto del nostro nemico ci è ignoto. Ma attenzione: il valore della quest , dell’inchiesta non è assolutamente vanificato, essa diventa atto fondante di un qualsiasi risvolto etico.
Diverso il discorso per la fiction televisiva: in quanto prodotto di consumo lo spettatore, per fronteggiare le situazioni imprevedibili che la vita ci riserva, in tv ricerca la prevedibilità dei motivi e ne gode.
Tutto questo affiora nel nuovo libro di Silvio Aparo, siracusano, giornalista e scrittore: Io ti ho già visto, Effedue edizioni, Piacenza, 2004.
Il romanzo, che si contraddistingue per la prosa molto asciutta e per il suo sguardo penetrante, è al tempo stesso racconto e riflessione sul genere: la cesura tra la prima e la seconda parte ne è la realizzazione sul piano strutturale.
Non vi anticipiamo la fabula , per non rovinarvi il piacere della lettura, ma vi lasciamo con un pensiero dell’autore: «Dobbiamo rammentare Socrate, il quale sosteneva la non esistenza di una Verità in assoluto, ma l’importanza di mettersi in cammino alla sua ricerca. Non confondiamola erroneamente con Virtus, perché Veritas non in medio stat, ma aderisce a Iustitia».